In un’Italia che ama definirsi patria della grande tradizione musicale c’è un dato che stona come una nota al momento sbagliato: solo il tre/quattro per cento dei direttori d’orchestra è donna. Una presenza quasi invisibile, se confrontata con il novantasei/novantasette per cento di colleghi uomini che occupano la quasi totalità dei podi. Eppure, la storia ci ricorda che già negli anni ’30 Antonia Brico infranse quel soffitto di cristallo, diventando la prima donna a dirigere un’orchestra nel nostro Paese.
Dopo però quasi un secolo la strada aperta dall’apripista Brico sembra essere proseguita solo in parte. Oggi, infatti, su seicento direttori attivi in Italia, appena venti sono donne: un numero che racconta di un divario profondo, strutturale e radicato nel tempo che non intende cambiare.
Ma quale potrebbe essere la motivazione dietro a suddetto divario? Le cause responsabili affondano sicuramente nei retaggi sociali del passato, ma ancora oggi accade che le donne vengano considerate meno capaci di ricoprire questo ruolo, persino quando possiedono più esperienza dei direttori d’orchestra uomini, i quali invece solo in rare occasioni vengono messi in discussione.
Un peccato, soprattutto se si pensa alle meravigliose e straordinarie esibizioni di molte direttrici che abbiamo visto negli ultimi anni: Francesca Michielin, che nel 2022 diresse l’orchestra di Sanremo accompagnando Emma; Beatrice Venezi, che, grazie alle sue capacità, è arrivata a dirigere persino al Teatro Colón in Argentina; o ancora Speranza Scappucci, protagonista con l’Otello a Strasburgo.
Tutto ciò dovrebbe essere, per noi Italiani, motivo di vanto, proprio come accade nel panorama musicale, dove le donne stanno conquistando sempre più spazio con album e spettacoli di grande successo: da Elodie ad Annalisa, fino ad arrivare ad Anna Pepe con il suo rap femminile e italiano.
Invece assistiamo a un triste ostruzionismo, come dimostra la vicenda che ha coinvolto Beatrice Venezi: una direttrice d’orchestra di trentacinque anni che, come riportato nel suo curriculum pubblico e accessibile a tutti, ha già diretto oltre centosessanta concerti sinfonici e più di quaranta recite di opere liriche, esibendosi in alcuni dei teatri fra i più importanti a livello nazionale e internazionale — da Londra a Buenos Aires, da Venezia alla Francia.
Nonostante un curriculum indiscutibile, la sua nomina come direttrice d’orchestra del Teatro La Fenice di Venezia ha scatenato numerose proteste da parte di orchestrali e lavoratori, che la accusavano di non essere all’altezza del prestigioso teatro, sostenendo che il suo curriculum fosse troppo “piccolo di spessore”.
Come ha commentato la giornalista del Corriere della Sera Mantengoli, “si sarebbe potuto evitare tutto con il rispetto delle prassi non scritte”, riferendosi ai consueti incontri con l’orchestra precedenti alle prove. E nella lettera degli orchestrali della Fenice si legge: “Il suo curriculum non è minimamente paragonabile a quello delle grandi bacchette che, in passato, hanno ricoperto il ruolo di Direttore Musicale di questo Teatro”.
Eppure nulla di tutto ciò era avvenuto nel 2011, quando Diego Matheuz, allora ventisettenne, era stato nominato direttore principale del Teatro La Fenice. Nonostante avesse alle spalle pochissime esperienze e fosse, come riportato da Open il 30 settembre 2025, “carente nel repertorio operistico”, non fu oggetto di nessuna contestazione né da parte degli orchestrali o dei lavoratori né tantomeno dall’opinione pubblica, la quale non si era esposta.
Non entrando nel merito musicale — non avendone le competenze — ci si chiede quale possa essere la vera origine di questo divario così significativo, che ancora oggi caratterizza il panorama dei direttori d’orchestra. La domanda sorge spontanea: sono davvero così poche le donne interessate a intraprendere questa carriera, o le ragioni di questa sproporzione affondano le radici in dinamiche sociali e politiche più profonde?
Forse il problema non è la mancanza di talento o curricula troppo “piccoli”, bensì un contesto più complesso e motivazioni a noi sconosciute. Ed è proprio su questo interrogativo che vale la pena soffermarsi per comprendere meglio il presente e, forse, per riuscire a trovare una risposta.

